Elizabeth Barry: Ho il mio talento e ne sono gelosa.
E sebbene consideri che voi e solo voi in città lo abbiate riconosciuto, non sono così confusa dal Lord, dal padrone che è in voi da non avercela con voi.

Sì, avete ragione, ho intenzione di fare qualcosa che nessuno ha mai fatto.
Ieri ho perso di vista il mio scopo per paura del palcoscenico, ma li conquisterò, sapete, e che non si dica, quando avrò la fama e le mie due sterline a settimana, che Lord Rochester mi ha presa e mi ha illuminata del suo genio facendomi diventare una minuscola parte della sua grandezza… No!

Dovrò essere valutata per me stessa e per quel che io sapevo di poter fare sul palco e per come io, Lizzie Barry, io ho saputo la mia anima e modellarla, trasformarla in qualcosa di mirabile e per questo ho trionfato.

[….]

Rochester: Chiedetevi cosa volete dal Teatro

Elizabeth Barry: Voglio l’amore appassionato del mio pubblico.
Voglio che quando muovo il braccio i cuori vengano trascinati via e quando muoio voglio che soffrano perché non potranno più vedermi fino al pomeriggio seguente.

Rochester: Vi siete risposta.
Voglio essere uno di quella moltitudine.
Ho bisognosi commuovermi.
Non provo niente nella vita, ho bisogno che altri lo facciano per me qui a teatro.

Elizabeth Barry: Dicono che siete un uomo con un certo appetito per la vita.

Rochester: Io sono il cinico della nostra epoca dorata. Questo munifico piatto che il nostro grande Carlo e il nostro grande Dio hanno entrambi, in equivalente misura, posto davanti a noi, mi irrita pesantemente. La vita non ha scopo: si svolge ovunque arbitrariamente, faccio questo e non importa un’acca se faccio l’esatto opposto. Ma a teatro ogni azione, buona o cattiva, ha le sue conseguenze. Lasciate cadere un fazzoletto ed esso tornerà per uccidervi. Il teatro è la mia droga e la mia malattia in uno stato talmente avanzato che la cura deve essere della migliore qualità.


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