coney-island--monologo

Evado sempre nel regno della fantasia, io, poiché ebbi un’infanzia infelice.

Vengo da una famiglia poverissima. Mio padre lavorava a Coney Island, la spiaggia popolare di New York. Aveva in concessione un baracchino, tipo tre-palle-un-soldo, dove uno doveva buttar giù le
bottiglie di latte, vuote, con palle da tennis, cosa che io non riuscii mai a fare, durante l’intera infanzia.

Ci fu una specie di maremoto, a Coney Island, quando ero ragazzo. Sbaraccò tutto, portò via il pontile, il lunapark, le case e tutto quanto – fece danni per un milione di dollari e passa.

L’unica cosa che rimase in piedi furono quelle bottiglie di latte…
Fui spaventato a morte, in effetti, se ci ripenso, una volta da ragazzo. Avrò avuto tredici anni e stavo andando a un concorso per musicisti dilettanti. Vengo da una famiglia musicofila, dovete sapere, il
mio babbo suonava il trombone da giovane. Una volta provò a suonarci Il volo del calabrone, col trombone, e gli si seccarono i polmoni e il fegato gli salì in gola che a momenti si strozzava.
Dunque, viaggio in metropolitana con il mio clarinetto senza astuccio e così via, stile musicista jazz, quand’ecco che salgono un dodici tizi, di corsa, che si scaraventano a bordo del metrò, tipi tosti, capite, di quelli con le nocche pelose e via dicendo.

Dev’essere ch’erano in libera uscita da una colonia penale, perché c’era con loro un assistente sociale
che quelli non smettevano di sgambettare. Si fermarono proprio davanti a me perché davo, dev’essere, nell’occhio. Si era mangiato pesce in brodetto a pranzo e m’ero scordato di togliermi la bavarola – con ricamato su Nettuno, figurarsi. Mi si affollano tutti d’intorno, e giù a dire parolacce, a fumare e a ridere, e a schiodare i sedili e roba del genere, capite. E io zitto. Me ne sto li, a occhi bassi, e seguito a leggere Heidi, come se niente fosse.

A un certo punto, il capintesta mi punta un dito contro il gargarozzo.
Mi alzo in piedi. Lui mi dà una ginocchiata. E io? Mica gli do la soddisfazione di piegarmi in due, no, però mi esibisco in un’imitazione di Montserrat Caballé e caccio un acuto, un do di dolore, che non avete mai sentito l’uguale.
Arrivai con un’ora di ritardo all’Ora del Dilettante. Però vinsi lo stesso il secondo premio, consistente in due settimane di campeggio multirazziale. Fui picchiato sadicamente, ogni giorno, da ragazzi di ogni razza e religione.


Registrato dal vivo presso lo Shadows di Washington, D.C., nell’aprile del 1965, e successivamente inciso con il titolo “Unhappy Childhood” su Woody Allen, Volume 2. Entrambe le raccolte contengono la versione riveduta. Fonte: Coney Island

 

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