Un pò meno famoso della “Locandiera”, ma non meno divertente.
Gl’innamorati” di Goldoni è una commedia brillante dalla quale trarre spunto per diversi monologhi e dialoghi. Il personaggio di Eugenia non è da meno di Mirandolina e può essere una scelta più originale da portare ad esempio ad un provino.

Vi riporto non il monologo, bensì uno dei dialoghi più spassosi della commedia.

Buona lettura 🙂

Scena tredicesima:

FULGENZIO ed EUGENIA

FUL. (Per me ho finito d’essere innamorato).
EUG. (Voglio piuttosto mettermi un sasso al collo, e andarmi a gettar nel Naviglio).
FUL. (Si vede chiaro, che è annoiata di me).
EUG. (Ha il cuore con tanto di pelo).
FUL. (Ci scommetterei la testa, che il Conte le piace).
EUG. (Finto! doppio come le cipolle!)
FUL. (Son pur pazzo io a perdere il mio tempo, e a perdere la salute ed il riposo per lei).
EUG. (Lo vedrebbe un cieco, che ha più premura per la cognata, che per me).
FUL. (Penerò un poco, ma lo supererò questo indegnissimo amore).
EUG. (Se ora mi tratta così, guai a me se fosse mio sposo).
FUL. (Farò un viaggio; me ne scorderò).
EUG. (Ha una faccia, che pare il vero demonio).
FUL. (E stimo che non mi dice niente).
EUG. (Che ho da fare io con questo girandolone? Meglio che me ne vada). (in atto di partire)
FUL. Vada, vada, che il signor Conte l’aspetta.
EUG. Perchè non va a dire alla signora cognata, che resta a pranzo fuori di casa?
FUL. (Maladetta!) (si va sdegnando a poco a poco)
EUG. Perchè non le va a chieder licenza di restar qui? Ma ora che ci penso: non vorra che lo sappia la sua signora cognata che resta qui, avrà paura, avrà soggezione. Mi spiacerebbe che avesse da disgustare la sua signora cognata.
FUL. Lasciate star mia cognata. (acceso di collera)
EUG. Oh oh, quel bravo signore che non va più in bestia!
FUL. (Non posso resistere). (da sè e tira fuori il fazzoletto)
EUG. Non dubiti, che avrà finito di arrabbiarsi per me. Mi duole del tempo che ha gettato con una pazza. Ma si consoli, che dormirà i suoi sonni…
FUL. (Tira fuori un coltello)
EUG. Eh dico, signor Fulgenzio. (timorosa, vedendo il coltello)
FUL. Che vuol da me?
EUG. Cos’avete in mano?
FUL. Niente.
EUG. Voglio vedere.
FUL. Non ho niente, vi dico.
EUG. Non facciam ragazzate.
FUL. All’onore di riverirla. (in atto di partire)
EUG. Fermatevi.
FUL. Ha qualche cosa da comandarmi?
EUG. Che c’e in quella mano?
FUL. Niente. (mostra la mano vuota)
EUG. In quell’altra?
FUL. Niente.
EUG. Non facciamo scene, vi dico.
FUL. Che scene, che scene? Le fa ella le scene. Io non faccio scene.
EUG. Mettete giù quel coltello.
FUL. Che cosa vi sognate voi di coltello?
EUG. Che serve? Non mi fate arrabbiar d’avvantaggio, datelo qui. (si accosta per averlo)
FUL. Che cosa credete voi ch’io voglia fare di questo coltello?
EUG. Che lo so io?
FUL. Voglio mondare una mela.
EUG. Fulgenzio. (intenerendosi)
FUL. Lasciatemi stare. (con piu caldo)
EUG. Fulgenzio. (come sopra)
FUL. Lasciatemi stare. (crescendo il caldo)
EUG. Per carità.
FUL. Per me non c’è carità, nè amore, nè compassione. (come sopra)
EUG. Ascoltate una parola almeno.
FUL. Cosa volete dirmi? (con isdegno)
EUG. Una parola sola.
FUL. Via; ditela. (come sopra)
EUG. Placatevi, se volete ch’io parli.
FUL. Ah! (sospira con isdegno)
EUG. Datemi quel coltello.
FUL. Signora no.
EUG. Ve lo domando, se non per l’amore che mi portate, per quello almeno che mi avete portato.
FUL. Ah! (si lascia cadere il coltello li mano)
EUG. (Maladetto coltello!). (lo prende velocemente e lo getta via)
FUL. (Mi sento morire). (da sè)
EUG. Vi sono io così odiosa, che volete morire piuttosto che volermi bene.
FUL. Sì, voglio morire piuttosto che vedervi in braccio ad un altro.
EUG. Ma come è possibile mai, che vi passino per mente pensieri così indegni di voi e di me? Io amar altri che il mio Fulgenzio? Io darmi ad altri fuorchè al mio bene, all’anima mia, al mio tesoro? Non sarà mai, non sarà mai. Morirei prima di farlo.
FUL. Lo posso credere ?
EUG. Se non lo dico di core, il cielo mi fulmini.
FUL. Ma perchè addomesticarvi col signor Conte? Perchè trattarlo subito con confidenza? e palesargli l’impegno che avete meco? E perchè darmi ad intendere vostra sorella ch’ei parte presto, ch’era venuto poc’anzi? perchè dirmi delle bugie? perchè darmi occasione di sospettare?
EUG. Ah Fulgenzio, non sono io che vi do occasion di sospettare, ma la poca fede che avete di me fa inquietar voi, ed insulta la mia onoratezza: quali domestichezze ho io praticate col Conte, oltre l’onesta convenienza di sedere in conversazione, unicamente per compiacere a mio zio? M’imputate a delitto l’avergli palesato l’amor che ho per voi? Lodatemi anzi d’averlo fatto. Segno che vi amo davvero, e che la mia sincera dichiarazione tende a disingannare chi per avventura si lusingasse di me. La povera mia sorella conosce il vostro temperamento. Le sarà parso vedervi entrare burbero e sospettoso. Amore l’indusse al desio di acchetarvi, e la debolezza le die’ il cattivo consiglio. Tutto ciò non sarebbe niente, se voi non foste mal prevenuto. E qual motivo avete di sospettare di me? V’ho date io scarse prove dell’amor mio? Vi pare che sia di voi poco accesa? Sono inquieta, è vero; vi tormento, è vero: Fulgenzio mio, non vi tormenterò più. Voi mi abbandonerete, ed io vi amerò in eterno: ancor che mio non siate sì, ve lo giuro, io sarò sempre vostra, e lo sarò fin che viva, e lo sarò colla maggior tenerezza del cuore.
FUL. Anima mia dolcissima, cuor mio caro, vi domando perdono, compatitemi per carità. (s’inginocchia ai piedi di Eugenia, e restano tutti e due senza parlare).

-Goldoni “Gl’ innamorati

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