Monologo di Mary tratto da “Lunga giornata verso la notte” di Eugene O’ Neill

MARY: (vagamente) Sì, mi conosce. (Si siede a destra del tavolo. In tono calmo, distaccato, aggiunge) Ne ho bisogno, perché non c’è nient’altro che possa calmarmi il dolore alle mani. (Solleva le mani e le guarda con melanconica simpatia. Ora non le tremano)Povere mani! Non lo crederesti, ma una volta erano una delle mie bellezze, con i capelli e gli occhi; e avevo anche un bel personale.

(La voce si fa sempre più sognante)

Erano mani da pianista. Mi piaceva suonare il pianoforte. Studiavo tanto la musica,
in collegio, se si può chiamare studio far qualcosa che piace. Madre Elisabetta e la maestra di musica dicevano che avevo più talento di qualunque altra allieva da quando esisteva il collegio.

(S’interrompe; si fissa le mani con disgusto)

Guarda, Cathleen, come sono brutte ora! Così storpiate e deformi! Si direbbe che abbiano subìto qualche orribile incidente! (Con uno strano risolino) E così è, a pensarci bene. (D’un tratto mette le mani dietro la schiena) Non voglio guardarle. Sono anche peggio della sirena, per farmi ricordare… (Poi, in un tono risoluto, di sfida) Ma neppure loro possono farmi del male, adesso.

(Riporta le mani davanti a sé e le fissa deliberatamente, con calma)

Sono lontane. Le vedo, ma il dolore è scomparso.

CATHLEEN: (imbambolata) Ha preso quella medicina, signora? La fa diventare strana: se non la conoscessi, penserei che ha bevuto un po’.

MARY: (sognante) Uccide il dolore. Si va indietro, indietro, finché alla fine si è fuori dalla sua portata. Solo il lontano passato di quando si era felici, è reale.

(S’interrompe; poi, come se queste parole le avessero evocato la felicità, tutto il suo modo di fare e la sua espressione mutano. Appare più giovane. Ha qualcosa dell’ingenua educanda di un tempo, e sorride timidamente)

Se il signor Tyrone ti sembra bello adesso, avresti dovuto vederlo quando lo incontrai io per la prima volta. Aveva fama di essere uno degli uomini più belli d’America. Le ragazze del collegio che l’avevano visto a teatro, in fotografia, erano pazze di lui. Era il grande idolo delle scene; le donne aspettavano all’uscita solo per vederlo passare. Puoi immaginarti com’ero eccitata quando mio padre mi scrisse che aveva fatto amicizia con James Tyrone, e che l’avrei conosciuto quando fossi andata a casa per le vacanze di Pasqua. Mostrai la lettera a tutte le mie compagne. Come m’invidiarono! Per prima cosa mio padre mi condusse a vederlo recitare. Non potevo staccare gli occhi da lui. Piansi dalla commozione, e poi mi arrabbiai al pensiero d’essermi fatta venire il naso rosso e gli occhi gonfi. Mio padre disse che saremmo andati nel suo camerino dopo la rappresentazione, e così facemmo.

(Con un timido risolino eccitato).

Ero così confusa che non seppi far altro che balbettare e arrossire; ma lui non parve considerarmi una sciocca. Gli piacqui fin dal primo momento. Ero davvero molto carina, a quei tempi, Cathleen. E lui era più bello dei miei sogni più pazzi, con il trucco e il costume da nobile che gli stava così bene. Era diverso dagli uomini comuni, come se appartenesse ad un altro mondo. E nel tempo stesso così semplice, gentile, modesto, per niente vanitoso o superbo. M’innamorai subito. Dimenticai tutti i progetti di farmi monaca o di diventare concertista. Non ebbi altro desiderio che diventare sua moglie.

(s’interrompe, fissando davanti a sé con occhi sognanti e un sorriso estatico, tenero, fanciullesco) Trentasei anni fa, ma vedo tutto come se fosse adesso. Ci siamo sempre amati, da allora. E in tutti questi trentasei anni non c’è mai stato neppure un pettegolezzo su di lui; voglio dire, con altre donne. Mai da quando mi ha incontrata. Ciò mi ha reso molto felice, Cathleen, mi ha fatto perdonare tante altre cose.


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