Perché non voglio avere figli: il monologo di Christen Reighter

 VIDEO MONOLOGO : Perché non voglio avere figli

Capii molto presto quali erano i ruoli che mi spettavano. Un’idea ricorrente che osservavo, presente nel nostro linguaggio, nei media, era che non solo ci si aspetta che le donne facciano figli, ci si aspetta che li vogliano. Questo era presente ovunque. Era presente nel modo in cui gli adulti mi parlavano quando mi facevano domande legate al “quando”.”Quando ti sposerai…” “Quando avrai dei figli…” E queste riflessioni sul futuro mi venivano sempre presentate come parte del “sogno americano”, ma mi è sempre sembrato il sogno di qualcun altro. Vedete, una cosa che ho sempre saputo di me stessa era che non avrei mai voluto figli. E da bambina, quando cercavo di spiegare questo… questa differenza tra i loro ruoli e i miei valori, si mettevano spesso a ridere come fanno gli adulti davanti alle assurdità dei bambini. E mi volevano dire chiaramente: “Cambierai idea.”

La gente ha continuato a dirmelo per tutta la vita. O capitava che garbate conversazioni diventassero indiscrete in un attimo. “Tuo marito lo sa?”

“I tuoi genitori lo sanno?”

“Non vuoi una famiglia?” “Non vuoi lasciare niente dopo di te?” E l’espressione più in voga da dire in merito al non avere figli era: “Che cosa egoista”.

Ci sono infiniti motivi per cui una donna potrebbe scegliere di non avere figli, e la maggior parte non include il pensare solo a se stessa. Ma è ancora socialmente accettabile denigrare in pubblico le donne per questo, perché nessuno di questi motivi è entrato nell’immaginario collettivo. Quando ero piccola e imparavo che la maternità era inevitabile, non mi è stato mai spiegato quanto fossero diffusi quei fattori che le donne tengono in considerazione, come il rischio di trasmettere malattie ereditarie, la pericolosità di interrompere trattamenti con farmaci salvavita per tutta la durata della gravidanza, la paura della sovrappopolazione, l’accesso alle risorse, e il fatto che ci sono sempre 415.000 bambini nel circuito degli affidi negli USA. Motivi come questi, molti altri ancora, e il fatto che non mi piace lasciare al caso cose così importanti, mi hanno portato alla decisione di farmi sterilizzare chirurgicamente.

Ho iniziato la mia ricerca con entusiasmo. Volevo capire appieno tutto ciò che sarebbe accaduto sottoponendomi alla legatura delle tube, che è solo un modo diverso per definire la sterilizzazione. Volevo solo conoscere le conseguenze, possibilità di riuscita, rischi, statistiche. E all’inizio, mi sentivo piena di energia. Vedete, da come mi sono sempre state spiegate le cose, credevo che le donne che non vogliono dei figli fossero poche, e poi ho appreso che una donna su cinque in America non avrà un figlio biologico, alcune per scelta, altre per caso.

Ma non ero sola. Ma più leggevo, più mi scoraggiavo. Ho letto storie di donne che cercavano disperatamente di fare quest’intervento. Ho appreso che spesso le donne spendono tutti i loro averi affidandosi a dozzine di ginecologi nel corso degli anni, per poi ricevere solo dinieghi, spesso con uno sfacciato disprezzo, al punto da indurle ad arrendersi. Queste donne riferirono che i medici erano spesso condiscendenti e sprezzanti delle loro motivazioni. Dicevano cose del tipo: “Ritorni quando sarà sposata e con un figlio.” Mentre alle donne che avevano figli, che volevano sottoporsi all’intervento, dicevano che erano troppo giovani, o che non avevano abbastanza figli, cosa che è alquanto bizzarra, visto che, secondo la legge del mio stato, per sottoporsi a tale intervento, bisogna:”Avere 21 anni compiuti”, “essere sani di mente, agire per libera scelta”, e “avere un periodo d’attesa di 30 giorni.” Ed ero perplessa, poiché pur possedendo tutti questi requisiti dovevo ancora affrontare una battaglia nella stanza degli esami per avere autorità sul mio stesso corpo.Ed è stato terribile,ma io ero ostinata.

Avevo un look molto professionale per il primo incontro.

Ero seduta in modo composto. Parlavo in modo chiaro. Volevo che il medico si rendesse conto che non ero la data di nascita scritta sulla sua cartella. E ho avuto cura di dire cose come: “Mi sono appena laureata e ho fatto domanda per il dottorato, ho intenzione di studiare questo”. E “il mio compagno si occupa di questo”, e “sono mesi che faccio ricerche sull’argomento. Ho ben chiara ogni cosa e i relativi rischi”. Perché volevo che il dottore capisse che il mio non era un capriccio o un gesto di sfida, che non ero la classica ventenne che vuole solo divertirsi senza la paura di dover rimanere incinta. (Risate) Era parte integrante di ciò che ero.

Capisco il consenso informato, così mi aspettavo che mi venisse spiegato come funziona il tutto, ma… Ad un certo punto, le informazioni che mi furono date sembravano standard, piene di pregiudizi e statistiche gonfiate. Iniziarono le domande inquisitorie. All’inizio mi fecero domande che sembravano inquadrare meglio il mio contesto, ma poi sembravano quesiti posti per provare a indurmi in errore. Mi sentivo interrogata come al banco dei testimoni.

Il medico chiese del mio compagno. “Lui o lei cosa ne pensa di tutto questo?” “Beh, sto con lo stesso uomo da cinque anni, e lui sostiene ogni decisione che prendo sul mio corpo.” E lui disse: “Beh, cosa succederebbe in futuro, se dovessi cambiare compagno? E se quella persona volesse dei bambini?” E non sapevo bene come reagire a questo, perché ciò che stavo ascoltando era che dovevo ignorare qualsiasi cosa in cui credevo se un compagno pretende dei bambini. Gli dissi di non preoccuparsi. La mia opinione sui figli era sempre il primo argomento di un appuntamento.

Poi mi chiese di considerare come “in 20 anni, potresti davvero pentirti di questo”… Come se non l’avessi fatto. Gli dissi: “OK, se un giorno mi svegliassi e dovessi rendermi conto che avrei dovuto prendere una diversa decisione allora, in verità, avrei solo rimosso una delle vie per essere genitori. La biologia non è indispensabile per formare una famiglia.

Vorrei di gran lunga affrontare questo ogni giorno piuttosto che svegliarmi un giorno, rendermi conto di aver avuto un bambino che in realtà non volevo o di cui non ero preparata a prendermi cura. Perché uno di questi aspetti coinvolge solo me. L’altro il bambino, il suo sviluppo, il suo benessere.

E non si deve scommettere sugli esseri umani. Allora mi disse perché nessuno avrebbe approvato questo intervento, sicuramente non lui: a causa di un concetto chiamato paternalismo medico, che gli permette, essendo ben informato, di prendere decisioni per me, sulla base delle sue intuizioni per il mio migliore interesse, nonostante ciò che io, come paziente, voglio o credo. Colse l’occasione per uscire e discutere del mio caso con il mio potenziale chirurgo e, dalla porta, l’ho sentito descrivermi come una ragazzina.

Ero tremendamente offesa. Volevo difendermi. Volevo esplicitamente spiegare a entrambicome mi stavano trattando, che era un atteggiamento denigratorio e sessista e non potevo accettarlo. Ma lo accettai. Ingoiai ogni parola tagliente, serrai la mascella e, invece, risposi a ogni loro altezzosa domanda e affermazione. Ero andata lì in cerca di obiettività e sostegnoe invece mi sono sentita ignorata e messa a tacere, e odiai me stessa per questo. Odiavo permettere a delle persone di mancarmi di rispetto ripetutamente. Ma era la mia unica possibilità.

Era solo una di tante consultazioni che dovevo passare. A un certo punto, ho visto cinque o sei medici nella stessa ora. La porta della stanza degli esami pareva quella di una macchina da clown. Ecco il mio primario, ecco il suo collega, il direttore, OK. Sembrava che stessi chiedendo di infettarmi con il vaiolo invece di, non so, ottenere il controllo sulla nascita. Ma non esitai, ero ostinata, e alla fine convinsi uno di loro ad accettare l’intervento. E anche mentre ero nella stanza, che firmavo il modulo di consenso facendo le iniezioni di ormoni e sistemando le ultime cose, il mio dottore scuoteva la sua testa in segno di disapprovazione.”Cambierai idea.” Non avevo mai davvero capito con che intensità questa società si aggrappa a questo ruolo finché non ho passato tutto questo.

Ho provato in prima persona, ripetutamente,come le persone, siano loro medici,colleghi, sconosciuti, siano letteralmente incapaci di separare il mio essere donnadal mio essere una madre. E ho sempre creduto che avere dei bambinifosse un’estensione dell’essere donna, non la definizione.Credo che il valore di una donnanon dovrebbe mai essere determinato dal suo essere madre, perché questo la spoglia della sua totale identitàcome adulto in sé. Le donne hanno questa straordinaria abilità di dare la vita,ma quando diciamo che questo è il loro scopovuol dire che la loro intera esistenza è un mezzo per un fine. È facile dimenticare che i ruoli che la società ci imponesono molto più che meri titoli. Cosa ne è del peso che li accompagna, della pressione di doversi conformare a questi criteri, della paura che si prova mettendoli in discussionee dei desideri che mettiamo da parte per accettarli? Ci sono diverse vie che portano alla felicità e alla soddisfazione.

Tutte sembrano molto diverse,ma credo che ognuna di essesia lastricata con il diritto all’autodeterminazione. Voglio che le donne sappiano che la scelta di abbracciare o rinunciare alla maternità non è in alcun modo legata al vostro valore o alla vostra identitàcome spose, adulte o come donne, e che c’è assolutamente una scelta dietro la maternità ed è vostra e vostra soltanto.

Grazie

Translated by Beatrice Chiamenti
Reviewed by Elisabetta Siagri
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3 risposte a "Perché non voglio avere figli: il monologo di Christen Reighter"

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