MONOLOGO: “Mechanical Objects” di Woody Allen

Questa non so se l’avete già sentita. Molto tempo fa – è una strana storia – mi trovavo a Los Angeles. Fui invitato a una festa a casa d’un grosso produttore. A quell’epoca c’era in progetto di trarre una commedia musicale dal Sistema Metrico Decimale; e cosi volevano che ci lavorassi io. Mi recai dunque nell’ufficio di quel produttore, al centro di Los Angeles.

Entro in ascensore. Non c’è nessuno. Non ci sono pulsanti né niente. E si ode una voce che dice: “Dica a che piano deve andare, prego”.

Mi guardo intorno. Non c’è nessuno. Sono preso dal panico. Poi vedo un cartello che dice che si tratta di un ascensore di nuovo tipo, che funziona col sonoro. Basta pronunciare il numero del piano cui voglio salire, e lui mi ci porta. Allora dico: “Al terzo, per favore”.

Le porte si chiudono, l’ascensore parte. A questo punto incomincio a sentire un certo impaccio perché io parlo, credo, con un leggero accento newyorkese, mentre l’ascensore non ha nessuna sfumatura dialettale.

Al terzo piano, scendo. Mi avvio per il corridoio e mi guardo indietro. Mi era parso di sentire l’ascensore fare un commento. Allora mi volto rapidamente ma le porte si richiudono subito e l’ascensore ridiscende. Lasciamo perdere… non mi andava di aver a che dire con un ascensore di Los Angeles, a quel tempo… Ma non è questa la parte strana della storia, questa è la parte più o meno normale.

Non ho mai avuto, in vita mia, un buon rapporto con gli oggetti meccanici, di alcuna sorta. Tutto ciò con cui non posso ragionare, che non posso vezzeggiare e coccolare, mi mette in crisi. Ho un orologio le cui lancette si muovono, chissà perché, in senso antiorario. Ho una lampada solare, a raggi ultravioletti, che quando mi stendo per prendere la tintarella, si annuvola e mi piove addosso. Ho un tostapane ch’è un bruciapane. Odio la doccia che ho in casa, perché basta che un, solo cittadino degli Stati Uniti apra l’acqua di casa sua per farmi schizzare fuori tant’è bollente. Ho un registratore a nastro, che m’è costato centocinquanta dollari, e, quando gli detto qualcosa, mi fa: “Lo so, lo so”.

Circa tre anni fa, ne ebbi abbastanza. Una sera convocai tutti i miei apparecchi in salotto, dal primo all’ultimo: tostapane, orologio, frullatore e compagnia bella. E così

tenni loro un discorsetto. Fui adorabile. Esordii con una battuta di spirito, poi venni al sodo: “Non so cosa v’è preso, però dateci un taglio”.

Mi rivolsi uno a uno a tutti gli elettrodomestici, per addomesticarli. Fui molto eloquente. Alla fine, provai un gran sollievo.

Due sere dopo, sto lì a guardare la televisione, quand’ecco che il televisore si mette a saltellare su e giù. Mi alzo in piedi e… io parlo sempre prima di colpire… e gli dico: “Credevo di essermi spiegato bene. Qual è il problema?”.

Il televisore seguitava a saltellare. Allora lo colpii, di gusto. Lo picchiai di santa ragione. Gli divelsi l’antenna. Mi sentii molto virile.

Di lì a un paio di giorni, vado dal dentista, nel centro di New York. Anche lì c’è uno di questi ascensori parlanti che mi fa: “Gentilmente, dica a che piano deve andare”. E io: “Al sedicesimo”. Le porte si chiudono e l’ascensore parte. A un certo punto mi fa: “E’ lei quello che ha picchiato un televisore?”.

Mi sentii proprio un fesso, capirete. L’ascensore mi fece andare su e giù. Poi mi riportò giù di furia e mi scaricò nel seminterrato, gridandomi dietro improperi antisemiti.

Ma non è finita li. Quello stesso giorno, telefono ai miei. Mio padre era stato licenziato dalla ditta per cui lavorava da ben dodici anni. Lo avevano sostituito con un apparecchio che faceva tutto quello che faceva lui – solo che lo sapeva fare molto meglio.

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