Addio, a te e alle nostre cicatrici.

10 anni non sono tanti, ma non sono neanche pochi. Ne avevo 23 quando ti ho conosciuto, osservavo il mondo ancora con gli occhi ingenui e spensierati di una studentessa di Storia del Teatro.

Amavo il teatro più di ogni altra cosa, sognavo l’amore. Quello romantico, quello che ti annebbia completamente la vista. Sognavo di perdermi nello sguardo dell’uomo che mi avrebbe amata come se fossi l’unica cosa importante al mondo per lui. E ho conosciuto te. Ed è stato fin dall’inizio la cosa più naturale e bella che mi potesse capitare.

Andarmene di casa a 24 anni, raccontare bugie ai miei genitori, fregarmene dei consigli degli amici. Niente aveva più un senso, solo tu, solo stare fra le tue braccia. Stavo per mollare anche l’Università, ho rinunciato all’Erasmus. Ho rinunciato a tanto, a tutto, ma non importava, erano mie scelte, ero felice così, con te.

Il nostro primo anno di convivenza è stato il più travagliato, litigavamo e facevamo pace tutti i giorni. Almeno una volta alla settimana pensavo che avremmo dovuto lasciarci, ma poi sono passati altri 9 anni. Pian piano eravamo sempre più in simbiosi, pian piano sembrava che saremmo diventati una di quelle coppie complici e affiatate che sarebbero invecchiate assieme.

Dopo 6 anni qualcosa iniziò a cambiare, stavo per compiere 30 anni. Tu eri sempre uguale, io no. Tu eri migliorato, io stavo peggiorando. Tu guardavi la televisione, io osservavo fuori dalla finestra il mondo, pensavo a cosa mi stavo perdendo, cominciavo a sentire il bisogno di scappare, di correre, di urlare. Mi sentivo chiusa in una gabbia dorata, ma ti amavo. Su questo non ci sono dubbi, ti amavo di quell’amore che annebbia vista e pensieri.

Mi dispiace, sul serio. Sono passati due anni dalla nostra rottura, non ci siamo mai più visti, solo qualche breve e freddo messaggio su WhatsApp. Mi dispiace di non essermene accorta prima. Mi dispiace di essere esplosa come una mina in un campo abbandonato dalla speranza di recuperare.

Non pensare che non abbia sofferto, mesi prima di prendere la ferma decisione di chiudere sono svenuta al ristorante con le mie amiche. Il primo attacco di panico, non lo scorderò mai. A distanza di tre anni ho ancora paura a mangiare nei luoghi affollati. Il mio stomaco ha iniziato a stringersi, a bruciare. Il mio stomaco ha iniziato a rifiutarti prima ancora della mia mente.

Speravo che capissi, ma tu niente. Speravo in un miracolo, in qualcosa che avrebbe resuscitato il nostro rapporto, ma al contrario affondava sempre di più nella voragine dell’odio e dell’incomprensione.

Non ho mai sofferto così tanto, non era mia intenzione farti soffrire. Ti ho accusato ingiustamente: la colpa non era né tua, né mia, ma di entrambi. C’è una colpa? Qualcosa era completamente evaporato: l’amore. E quando l’amore evapora rimangono solo spazio per urla, lacrime e singhiozzi. La nostra vista non era più annebbiata, ad un tratto il cielo si è schiarito.

Ti chiedo scusa, non mi capacito ancora adesso di come siamo arrivati a tanto. Ancora ora non riesco a capire quale sia stata la causa scatenante di tanto odio. Ancora ora mi chiedo dove abbiamo sbagliato. Probabilmente queste domande rimarranno senza risposta; forse è meglio così. Sapere è come gettare benzina sul fuoco; ci siamo già bruciati abbastanza.

La vita continuerà per entrambi e probabilmente le nostre strade non s’incroceranno mai più, ma la cicatrice della ferita che ci siamo fatti a vicenda rimarrà lì.

Per sempre.

Addio.

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Srtrz

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