“Se”

Trascorse il giorno del centoseiesimo compleanno dondolandosi sulla sua sedia preferita, là vicino alla portafinestra della cucina. La tenda avorio filtrava il fascio di luce che la illuminava fievolmente dal busto in giù. Socchiuse gli occhi in quella penombra e con un sorriso si accinse a navigare mollemente fra i suoi ricordi.

Lo rivide quasi: bruno, i capelli disordinati, il naso aquilino, le piaceva molto, era stata solo un’avventura, nient’altro, la più bella che avesse mai avuto.

“Chissà cosa ne sarebbe stato di noi “se” avessimo provato a stare assieme, chissà”.

Ecco inarrestabile la marea, un’onda la travolse e si rivide seduta di fronte ad una scrivania.

Due medici alti, rigidi, le parlavano con tono calmo, scandendo ogni parola con la precisione di un grammofono. Una parete invisibile proteggeva il suo volto dalle onde sonore che invece di proseguire fino ai timpani andavano a schiantarsi ad una ad una contro la lastra trasparente.

Fissava incuriosita, ma allo stesso tempo disgustata, il poster di un corpo umano aperto a metà sulla parete retrostante le due figure col camice: il sangue, i muscoli mollicci, sostanze viscide e corpi gelatinosi. Pensò che per gli uomini possedere la pelle non poteva essere altro che una gran fortuna. Appena vide le labbra di quei due estranei immobilizzarsi, socchiuse gli occhi e la lastra si sciolse in un cielo nero costellato da macchie luminose intermittenti, i sensi la stavano dolcemente abbandonando, ebbe a mala pena il tempo di intravedere quelle labbra che ricominciavano a muoversi.

“Non possiamo sapere niente di sicuro “se” non dopo avere analizzato i risultati di tutti gli esami, quindi deve cercare di stare tran..”

Quando si risvegliò si ritrovò distesa su di un lettino sottile, bianco, freddo, un cuscino piatto le teneva leggermente sollevata la testa, il figlio stava lì al suo fianco, il volto un tutt’uno col lenzuolo per il pallore.

“Mamma, come stai?”

Gli occhi le si arrossarono e un estuario di lacrime le inondò gli zigomi pronunciati. Nessuna lastra, per quanto spessa, avrebbe potuto mai difenderla e la donna in quel momento si sentì così impotente e debole da non riuscire a far altro che singhiozzare disperata.

“Mamma, devi star tranquilla, hai sentito cos’ha detto il medico, puoi guarire”

“Hai ragione, riderò fino alla fine”.

L’indomani si risvegliò in un bagno di sudore, la marea l’aveva nuovamente travolta.

Andò in cucina e si preparò il caffè, mangiò un paio di biscotti al cioccolato e sedette sul divano pensierosa.

Non stava succedendo a lei, non era accettabile.

L’avrebbero ricoverata la settimana seguente, aveva bisogno di un paio di camicie da notte e delle mutande.

Si vestì, scese in garage, mise in moto l’auto e andò in paese. Nulla era cambiato, tutto come al solito, invece di uscire per comperare il pane doveva acquistare dei pigiami. Si sentiva bene, come sempre. Aveva goduto di un ottima salute per cinquantacinque anni, era stata ricoverata solo per partorire un figlio: un meraviglioso maschietto. Ora nello stesso utero si era formato un carcinoma. Gliel’avrebbero asportato assieme alle ovaie: organi solo ingombranti per una donna della sua età. I medici le avevano garantito che sarebbero bastate una settimana di ricovero e una ventina di giorni di riposo.

“Le rimarrà solo il brutto ricordo “se”.

“Se” non fosse stato circoscritto all’utero, “se” fosse diffuso ad altri organi vitali, “se”.

Un sorriso sforzato le si dipinse sulle labbra, l’aveva promesso. Voleva così.

La risonanza magnetica nucleare, RMN, fotografa l’uomo al di sotto della sua fortunata pelle.

Le iniettarono un liquido di contrasto dopo averle fatto firmare una breve autorizzazione, la fecero stendere su di una specie di lettino e la infilarono nella navicella spaziale dove un campo magnetico di elevata intensità la irradiò dalla testa ai piedi. Sentì premere sulla pelle invisibili calde presse. Non sarebbe sfuggita a una tale ispezione il minimo capillare.

Gocce di rugiada scivolavano, una dopo l’altra, lungo il tubo di plastica trasparente fino a defluire nel suo braccio. La flebo di antidolorifico stava per finire quando silenziosa un’infermiera entrò nella stanza per sostituire la botticina vuota con un’altra identica piena.

La donna si svegliò, vide il figlio che stava seduto al fianco sinistro del letto e disorientata abbozzò un sorriso. La morfina le scorreva nelle vene compiendo diligentemente il suo dovere.

“Dormi mamma, ti hanno solo cambiato la flebo”.

Chiuse gli occhi e si addormentò.

Dondolava su e giù sulla sua amata sedia, il sole era calato e il volto trasognante acconsentiva inconsciamente abbassando il mento nell’ombra. Rivide ancora per un istante quei capelli scuri scomposti col ciuffo di lato, il naso aquilino.

“Chissà cosa ne sarebbe stato di noi “se” avessimo provato a stare assieme, chissà”.

Chiuse gli occhi e si addormentò.

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Srtrz

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